Leggere a scuola

Giuseppe Sangregorio

Come valorizzare la poesia a scuola

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“La poesia a scuola? Bisogna impararla a memoria”. Questo il titolo di un accattivante articolo di Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera, scritto in occasione della Giornata mondiale della poesia, che mi ha fatto sobbalzare sulla sedia perché auspica appunto l’apprendimento a memoria della poesia perché “l’unica possibilità per amarla e capirla è leggerla, leggerla, leggerla”.

Un metodo di studio praticamente cancellato dalla scuola odierna, un retaggio d’altri tempi quando imparare a memoria una poesia incollava gli studenti per ore al tavolino a ripetere versi per memorizzarli, per ricordarne uno che stentava a entrare in testa. Propositi validissimi al cento per cento quelli di Di Stefano, soltanto che a rilanciarli nell’era dei tablet, dei telefonini, di internet che non stimolano sicuramente il potenziamento delle capacità mnemoniche degli alunni sembra un’utopia, una tecnica metodologica della scuola elitaria cristallizzata a un tipo di scuola non ancora di massa. Vecchie prospettive che a rispolverarle oggi nelle scuole si correrebbe il rischio (salvo forse qualche sparuta eccezione) di passare per nostalgici del tempo antico o per trogloditi irrimediabilmente al di fuori della realtà.

Inoltre, c’è da aggiungere che la poesia nelle scuole oggi è poco studiata perché ordinariamente è considerata un genere minore rispetto alla narrativa. Secondo un’opinione molto diffusa(tra insegnanti e non)  imparare a memoria una poesia è considerato un esercizio sterile se non un’inutile tortura priva di valore pratico, un genere letterario didatticamente poco rilevante. Certo, se la poesia viene considerata nella sua utilità pratica è difficile dar torto ai detrattori, però a parte lo sforzo per impararla a memoria, è un utilissimo esercizio per il potenziamento delle capacità mnemoniche, per l’arricchimento del proprio bagaglio linguistico-culturale, dei valori etici, dei sentimenti perché è vero che viviamo nell’epoca della tecnologia ma è altrettanto vero – secondo gli esperti in materia – che oggi c’è bisogno di poesia.

Un altro limite dello studio scolastico è rappresentato dal fatto che l’immediatezza e la spontaneità proprie di questo genere letterario sono soffocate dalla sovrabbondanza degli apparati critici (parafrasi, riflessioni sui testi, linguaggi, figure retoriche impiegate dall’autore) che servono sicuramente per approfondire i contenuti, ma obbligano gli studenti a percepirla come un obbligo, a odiarla per tutta la vita, esattamente l’opposto di farla amare. In questo contesto, l’unica speranza per una reale valorizzazione della poesia restano la lettura diretta dei testi e perché no l’apprendimento a memoria come in passato, un metodo efficace tutt’altro che didatticamente superato.

 

Giuseppe Sangregorio

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Giuseppe Sangregorio

Giuseppe Sangregorio è nato nel 1947. E’ laureato in Lettere e ha insegnato nelle scuole medie superiori. In qualità di giornalista pubblicista ha collaborato al Giornale, al settimanale Famiglia Cristiana e al mensile Letture. Attualmente collabora al quotidiano on line L’Intraprendente. Ha pubblicato il romanzo Senza Radici (Ed. Pellegrini, 1983), i volumi di versi Parole di vita(Edizioni Del Leone, 1991), Sassi (Edizioni La vita felice, 2013).

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